Paola Capriolo “1_Earth” Fotografia Europea 2009


signorini_1_earth
Se in un gioco di libere associazioni si domandasse quali idee evochi alla mente la parola “eternità”, è probabile che la maggior parte delle risposte si riferirebbe a immagini celesti, cosmologiche. La tradizione greco-platonica (il mondo iperuranio) e quella cristiana (l’empireo, sede dei beati) convergono nel dettarci una tale visione che a distanza di millenni seguita a influire nel modo più profondo non solo sulla nostra speculazione, ma anche sulla nostra fantasia, e che nessuna rivoluzione copernicana è mai stata in grado di scalzare del tutto. Quaggiù la terra, il mondo sublunare, soggetto al tempo e al mutamento; lassù una sfera di inalterabilità assoluta, sottratta a ogni divenire, e poco importa che con il progredire della scienza quel “lassù” abbia dovuto trasferirsi sempre più lontano, sempre più nell’astratto, sino a mutarsi in una sorta di idea limite per la quale sembra non esservi posto nell’universo materiale. L’eternità ad ogni modo, tradotta in termini spaziali, rimane il luogo dove volano gli angeli, la prima e più prossima emanazione della mente divina: una dimensione drasticamente ultraterrena, cui possiamo accostarci con il pensiero solo per via apofatica, negando l’’una dopo l’altra tutte le caratteristiche del mondo come lo conosciamo.
Eppure qualcuno potrebbe dare una risposta diversa. Chiamato a dire la sua in quel gioco di associazioni, qualcuno potrebbe collegare al termine “eternità” parole come “pietra”, “deserto”, “distesa marina”. Non il divino, l’etereo, ma l’ostinata persistenza della terra, la sua geologia immemorabile. E’ questa, credo, la risposta che Marco Signorini ha tentato di dare nella ricerca fotografica intitolata Earth, affidando alle immagini delle coste di Lanzarote e di Fuerteventura la propria meditazione visiva sulla natura del tempo e di ciò che lo trascende.
La roccia, ad esempio: porosa, scavata dalle acque, ma dotata di una saldezza millenaria che evoca alla nostra immaginazione scenari preistorici. Qui il divenire, la caducità, la motilità costante della vita sembrano ancora fenomeni sconosciuti, come se la desertica perfezione di questi paesaggi non tollerasse di essere turbata nemmeno dal più fuggevole respiro; e l’obiettivo di Signorini indugia con un’attenzione quasi religiosa sulle pietraie, sulle rughe profonde che segnano i rilievi, persino sui massi in cui la pietra si è sfaldata conservando in sé, sin nel più minuto frammento, la greve densità ontologica dell’insieme. Compatta o ridotta in frantumi, la roccia è lì, indistruttibile, rinchiusa nella sua altera estraneità alle vicende degli uomini, a custodire per i nostri occhi la traccia di un’origine dimenticata o forse a prefigurare ciò che mai potremo vedere: l’aspetto del mondo senza di noi, il postumo panorama dell’apocalisse.
Oppure la sabbia. Le lunghe distese di sabbia che le onde sfiorano e abbandonano, ricoprono e tornano a svelare. Sembra che nulla a questo mondo possa dirsi più effimero della sabbia: basta una brezza per sconvolgerla, basta il piede leggero di un bambino per incidervi orme destinate a loro volta a una rapida cancellazione. E non è forse la sabbia, scorrendo nella clessidra, a darci la prima e più immediata intuizione del tempo, di quella continua, infinita dissipazione degli istanti in cui l’uomo riconosce da sempre il proprio destino? E tuttavia, la spiaggia di Fuerteventura come ce la mostra Signorini a me ricorda irresistibilmente la costa di quell’isola fuori del tempo sulla quale approdò Gilgamesh, l’eroe mesopotamico, nel suo viaggio disperato alla ricerca dell’immortalità. Come se il bambino che l’attraversa correndo non potesse essere altro che un giovane dio e i due cani, neri sul giallo della sabbia, appartenessero a una razza immune da ogni declino; come se quella linea sfumata in cui avviene lo scambio tra terra e mare avesse la perentorietà di ciò che non trascorre, e ognuna delle minute trasformazioni che la luce vi disegna dovesse venir impressa profondamente nel cuore dell’essere.
Sì, perché l’”eternità” della sabbia, o dell’onda marina nel suo frangersi spumoso, appartiene all’attimo, non alla durata. E’ legata a quello strano fenomeno per cui la mente umana ha sempre teso a “fissare” l’effimero e l’irripetibile, prima ancora che l’obiettivo fotografico venisse ad aiutarla in questa impresa rendendo palese e comunicabile la tecnica segreta del ricordo.
Quaggiù, o da queste parti, o comunque si voglia definire la nostra collocazione rispetto a essa in termini geografici, l’eternità la conosciamo soltanto in due forme: quella dell’estasi e quella della memoria. La pienezza dell’attimo, in cui il tempo sembra trasceso, e la nostra capacità, innanzitutto interiore, di replicare tale trascendenza strappando al divenire un frammento di mondo. E se non vi è probabilmente nessuno che nella propria vita non abbia fatto esperienza di entrambe le forme (o non esisterebbero da un lato la felicità terrena, dall’altro, appunto, la potenza del ricordo), al grado più alto la prima porta il nome di “mistica”, la seconda di “arte”. Due condizioni, quelle del mistico e dell’artista, apparentemente eccezionali e riservate a pochi, ma che in realtà affondano le radici nel fondamento stesso del nostro essere uomini.
Come fissazione dell’istante, la fotografia partecipa in misura eminente di entrambe le forme. Nessun’altra arte è altrettanto “sincronica” e nessun’altra ha una così forte vocazione ad “archiviare” replicando i procedimenti inconsci della memoria: sembra dunque particolarmente adatta a declinare nei modi del visibile quel duplice, ambiguo mistero cui diamo il nome di eternità. Signorini ce ne offre una dimostrazione affascinante sciogliendo in mistiche accensioni di luce i ricordi irrigiditi che la terra tramanda nelle sue pieghe, trasformando la labile fascia spumosa della risacca o l’oscillare delle fronde di una palma contro il cielo al tramonto in un “nunc stans” , quell’attimo assoluto cui filosofi e teologi alludono come alla risposta più profonda a tutti i nostri assillanti interrogativi sulla natura del tempo; come se esplorando con la macchina fotografica queste sperdute isole delle Canarie avesse incrociato i passi di Platone e Agostino e sfiorato un lembo del mantello di Dio.

~ di marco su 21 marzo 2009.

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