appunti 2


FOTOGRAFIA E TERRITORIO TRA NON-SGUARDO E SGUARDO VUOTO.

(intervento per: Fotografia e territorio: c’è spazio per la ricerca?, Villa Torlonia, Savignano, 12 settembre 1999 relatori: R. Valtorta, G. Guidi, M. Cresci, V. Fossati, M. Signorini)

 

Le condizioni per una ricerca fotografica condotta sul territorio non possono prescindere da una nuova ridefinizione di questo termine e dall’interpretazione di un atto, quello del fotografare appunto, posticipato a un gesto importante che è quello del guardare.

 

Appunti sul territorio

Credo che un intervento sul territorio di ogni tipo debba confrontarsi con la contemporaneità, senza cercare di perpetuare continuamente retorici tradizionalismi e inamovibili ritratti storici di un luogo, di un paesaggio o di qualcosa che, comunque, non è poi così a/storico. Dobbiamo distinguere fra memoria ripetitiva (il tradizionalismo) e memoria ricostruttiva (la reinterpretazione dell’esperienza).

Si tratta di compiere semplicemente un atto di verità riconoscendo al presente e al mondo a cui apparteniamo, le stratificazioni continue che lo compongono, i reticoli, i labirinti in cui ci districhiamo. Labirinti in cui sono dislocate diverse soggettività e molteplicità.

Abitiamo, quindi, uno spazio sempre più complesso e il vissuto che ne abbiamo è legato al rapporto che si sviluppa fra l’uomo e il quotidiano. Questo spazio in cui facciamo esperienza ci attiene strettamente, ne siamo parte e mutiamo con esso.

Per questo è necessario una specifica concezione del territorio, inteso più nel suo divenire che nell’essere una mappa data e definita rigidamente.

Ci sono anche delle carte d’intensità e densità che riguardano quello che riempie lo spazio: le persone con le quali si entra in relazione, i percorsi che si compiono, le case che si abitano.Ma gli spazi oggi non sempre hanno una consistenza fisica, almeno nel senso che diamo a questa definizione, oggi le persone relazionano a distanza, le città si dicono “virtuali”, le piazze di discussione in rete (le chat per esempio) celano identità false, liberatorie (almeno apparentemente). In questi luoghi è impossibile la collocazione di centro o periferia, anzi, l’indebolirsi dei legami di prossimità a vantaggio delle connessioni a distanza fa emergere un’infinità di centri.

 

La superficie a cui facciamo riferimento (terrestre? forse, perché contenitore del reale e virtuale, e di ciò che ci sta in mezzo) ci appare sempre più costituita di frammenti, ma ogni frammento può essere collegato con qualsiasi altro, almeno per un momento, diventando “centro” o rappresentazione accettabile di questo e del mondo.

 

Per cui alla figura del rilevatore del territorio situato in un punto fisso in cui si pone per fissare le cose (pensiamo al gesto del fotografo, con il suo cavalletto, al suo punto di vista, al suo sapere dove mettersi) si potrebbe contrapporre quella del rilevatore mobile perché sta in luoghi diversi per relazionare con esseri umani diversi in un mondo avvolgente e labirintico e non spazio scenico  e prospettico da rappresentare.

Dice Merleau Ponty: il mondo è intorno a me, non di fronte a me.

Ci deve essere intreccio, scambio.

 E ancora Ponty dice: che non è solo scambio me l’altro, è anche scambio fra me e il mondo, fra percipiente e percepito. Ciò che comincia come cosa finisce come coscienza di cosa, ciò che comincia come stato di coscienza, finisce come cosa.

 

Insomma, si tratta di attuare un intreccio dell’essere con la sua dimora.

 

Che, per quello che ci riguarda più da vicino in fotografia, non è tanto “un nuovo paesaggio umano” dove è evidente la difficoltà di staccarsi a un’idea di paesaggio luogo della scena popolato di persone, ma di considerare luoghi, persone e cose destrutturate dalla scena, elementi a sé relazionati fra loro, ognuno paesaggio e cosa, territorio e persona.

 

E’ chiaro che un racconto così formulato non è racconto consequenziale, non può narrare di luoghi e spazi, di esseri e cose per un inizio e fine, ma in continua dialettica, in continuo divenire.

 

Si tratta anche di confrontare eventi e accadimenti apparentemente distanti fra loro, ma che ogni giorno potrebbero compiersi contemporaneamente.

Si tratta di travalicare la separazione spazio/tempo, di pausa/movimento, si tratta di creare un flusso.

 

“Luoghi e immagini come catalizzatori per rammentare altre immagini e altri luoghi: eventi, episodi, manufatti bruciati di una vita e concludere infine che ogni cosa per qualche aspetto è collegata a tutte le altre.”

Scrive P. Auster in L’invenzione della solitudine

 

Territorio, quindi, non più unicamente come luogo della scena e del visibile ma labirinto. Forse non rappresentabile unicamente per figurazione, ma per intensità di relazioni fra gli elementi del territorio, per intensità di vissuto quotidiano.

 

Appunti sul concetto di non-sguardo e sguardo vuoto

“Tutto ciò che è reale passa attraverso i sensi. Ma ciò che occhio e orecchio percepiscono, questo è in sé spirituale, se è il giusto sguardo a vederlo.” Leonardo da Vinci

 

Sul dizionario la parola “sguardo” è definita come la direzione o l’espressione dell’atto visivo.

 

Pertanto, nell’accezione di “direzione”, si rimanda alla mappa, quindi a un esterno codificato e misurabile e, riferito all’atto di guardare, si può dire: “dare uno sguardo.

Oppure, nel significato di “espressione” potrà essere: “uno sguardo pieno d’odio indicando uno stato emotivo interiore.

 

Lo sguardo ha in sé questa doppia potenzialità interna-esterna, è comunicazione visiva e linguaggio verbale. Guardare è un continuo movimento di messaggi e informazioni. Lo sguardo è giudizio. Guardarsi negli occhi è prova di sincerità e fermezza, contrariamente è manifesto imbarazzo.

 

L’esperienza quotidiana di vivere in un mondo sempre più mediato e sempre più dipendente dai linguaggi di rappresentazione rende difficile questo confronto diretto fra persone e oggetti, anzi ne modifica le modalità e immette nuove problematiche fra individui.

 

Per esempio, tornando alle chat su internet, pensiamo a questi tipi di comunicazione che facilmente permettono scambi d’identità e relativi comportamenti in “assenza di sguardo” e proprio per questo tendono ad essere il più delle volte estremi e liberatori (i segreti più intimi, le fantasie sessuali, gli stati d’animo, ecc.) perché coperti dall’anonimato o dal nuovo nome assunto, il nick.

Una persona che ci è vicina difficilmente ritroverebbe nel noi/nick, cioè in quella identità prescelta, l’essere che conosce o che almeno crede di conoscere, probabilmente rimarrebbe turbata dal nostro linguaggio, dal tipo di relazioni che teniamo con altri di cui non sappiamo il vero nome e sessualità ma a cui ci confidiamo e frequentiamo occasionalmente in rete.

Ma in presenza di sguardo tutto ciò è molto più complicato, anzi, probabilmente la vera comunicazione, o almeno quella a cui ancora siamo legati affettivamente è una comunicazione di “presenza” e di confronto con l’altro visiva, verbale e corporea.

Che comporta sempre, chi in più chi in meno imbarazzi e delicatezze verso ognuno, sia sconosciuto che amato.

Interessante, a questo proposito, che via chat si  introducano le “faccine” (ora sorridenti ora tristi) per simulare uno sguardo nel senso dell’espressione e rendere più verosimile un dialogo.

 

Nei confronti del territorio e delle sue complessità, sembriamo vivere una condizione in cui guardare rimane ai margini di ciò che vediamo.

 

Come se qualcuno avesse già visto per noi, accettiamo questa comunicazione senza manifestazione affettiva di ogni sorta, emozione alcuna.

Il nostro sguardo non genera azione né movimento se preconfezionato e preordinato. Perché il nostro mondo-immagine è fatto per essere visto e non per essere guardato.

Perché vediamo e non guardiamo?

 

Dire unicamente: io vedo! è passivo, si dovrebbe dire: io vedo per poter guardare!  Il vero piacere della vista è questa possibilità di renderla un’azione-visione performativa e non catalogata dell’ambiente.

 

Probabilmente la nostra è una condizione di non-sguardo, di vista codificata.

 

Forse il mondo si manifesta troppo veloce e la nostra conformazione fisica non ci permette di percepire adeguatamente. Forse assisteremo ad una trasformazione percettiva dell’uomo più che corporea.

 

Nel recente film “The Matrix” di A. e L. Wachowski, lo sdoppiamento dell’immagine e del rallentatore sono paradossalmente usati per descrivere un  effetto di super velocità. Così facendo lo spettatore percepisce l’azione veloce nel vedere più spostamenti nello stesso momento assaporandoli nella lunghezza delle immagini rallentate. La super velocità non nasconde l’immagine ma la dilata.

 

È proprio vero che la rappresentazione non riguarda la veridicità.

 

Liberi da questo macigno, dal pensare che i nostri mezzi d’indagine possano descrivere la verità unicamente nel senso della “direzione” (ma in quale poi?), possiamo adoperarli espressivamente ipotizzando uno sguardo nel vuoto.

 

Un’immagine di silenzio e spaesamento, apparentemente senza direzione ed emotività.

 

“È ormai noto che la materia – cosa tra le più solide e conosciute, che teniamo fra le mani e che costituisce il nostro corpo- è soprattutto spazio vuoto. Spazio vuoto e punti di luce. Cosa ci dice questo della realtà del mondo?”

(Winterson citato da I. Chambers in Paesaggi Migratori)

 

Nell’ambiente sempre più immateriale che stiamo vivendo c’è mancanza di fede in un originale, in uno stato delle cose che esiste ancor prima della loro raffigurazione.

 

Ancora in “The Matrix” il protagonista, una volta divenuto l’Eletto, riesce a vedere la realtà simulata intorno a lui non più come immagine, ma in una serie di codici che la stanno generando.

Vedere la mater dell’immateriale è capire la realtà?

 

Il più delle volte le immagini nascondono la realtà. Esse gridano e invadono la vista, in una multivisione di raffigurazioni prive di origine dall’esperienza diretta con gli oggetti e le persone. Lo sguardo si mantiene basso per tanta sfrontatezza da sostenere, per mancanza di riferimenti con il senso di tanto clamore e apparente verità di giudizio.

 

Lo sguardo nel vuoto risponde con immagini che non presuppongono il vero.

Perché non ha di dove guardare ma momento di incanto.

 

Sospeso nel giudizio perché né di amore né di odio.

 

Esteso perché non ha mappe che lo delimitano.

 

Immagini che silenziosamente indicano una possibile verità prima, deprivate della loro presuntuosa descrittività oggettiva.

 

L’uso del monocromatismo, ad esempio, in antitesi alla policromia intesa come fedeltà alla vista.

 

La bassa definizione come svelamento del linguaggio di rappresentazione usato, perché l’essenza è nel mezzo, non nel manufatto che riproduce.

 

Il disegno, inteso come gesto archetipo del raffigurare per tentativi dopo aver guardato.

 

Ricordo che Luigi Ghirri ci indicava di guardare al mondo come se fosse la prima ed ultima volta, mentre cercava di districarsi in quel “fotomontaggio avvenuto nel mondo reale” di immagini su immagini stratificate.

 

Perché anche di questo si tratta, non tanto di sommare visibile al visibile, ma di rendere visibile, come diceva P. Klee.

 

Su questo dovremmo riflettere molto.  

 

Beckett parlava di fare dei buchi nel linguaggio per vedere o intendere cos’è nascosto dietro.

 

Al non-sguardo occultante, contrapporre uno sguardo vuoto, silenzioso e continuo, per proporre: immagini mute in una visione estesa.

 

 

~ di marco su 14 maggio 2008.

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