L’eco, la casa – Roberta Valtorta


 

Echo di Marco Signorini non è fotografia di luoghi, ma è fotografia della ricerca di un luogo e, potremmo dire, del mondo e del suo significato. Non è fotografia di ritratto nè fotografia sociale: è fotografia che va oltre, alla ricerca del senso della presenza degli uomini sulla terra.

Con Echo Signorini spinge avanti la fotografia che ci è possibile nella contemporaneità, presentando un modo di costruire complesso, con forti caratteri di novità in senso narrativo.

Il titolo Echo pesca nella lontananza della lingua greca. Nasce da echò, che è eco, e dunque suono, rimbombo, e anche ripetizione, richiamo, ritorno, e contemporaneamente da oikos, che è casa, dimora, e anche tempio, patrimonio, e dunque in senso lato: ambiente.

Che cosa fa dunque l’uomo contemporaneo in questa casa originaria che è il mondo, il grande ambiente di cui dispone? Che cosa fanno i suoi piccoli? Dove guarda? E quali voci, gesti e significati di lui risuonano nel mondo, oggi?

Vi è smarrimento in queste fotografie scure e colorate, e attesa. Paiono, queste, fotografie dell’alba della storia degli uomini,o, forse, fotografie della pre-istoria ma, contemporaneamente, della post-istoria. Signorini conduce un lungo ma essenziale racconto che si svolge in paesaggi in apparenza vergini, in attesa di essere vissuti, in verità reali e già vissuti, già scritti, eppure forse pronti a essere riabitati. E dunque sono, questi, luoghi indeterminati, che appartengono al passato e al futuro.

Il compatto racconto a colori però si spezza in un punto inglobando un gruppo di immagini in bianco e nero di territori urbanizzati e di esistenze metropolitane tipiche dei nostri tempi.

Si instaura così un dialogo fra la memoria del paesaggio naturale e la realtà di un paesaggio maturato sotto i colpi dell’industrializzazione e oltre. Ma queste fotografie in bianco e nero, “in minoranza” all’interno del colorato racconto, nonostante siano indiscutibilmente immagini del nostro presente costituiscono un salto rispetto alle altre che le precedono e le seguono, formano una parentesi, paiono un flash back, un ritorno all’indietro del pensiero a un’era passata. Le fotografie a colori, che sembrano riferirsi a una condizione di antica verginità del mondo e degli uomini, rappresentano forse le immagini del mondo futuro? Oppure, per converso, se le fotografie a colori sono il passato, quelle in bianco e nero rappresentano con evidenza semplicemente il presente?

In questa vera tensione fra tempi diversi del mondo e della vita umana, rafforzata anche dal significativo alternarsi di figure di bambini e figure di adulti, si inquadra il racconto di Signorini. Nel quale le parti risuonano e si richiamano fra loro, come appunto governate dall’eco.

Ed è sempre l’eco a spingere l’osservatore lontano in uno spazio/tempo dilatato che ricorda, per esempio, la grande pittura romantica, per molti motivi: certo primitivismo dei luoghi, il rapporto fra terra e cielo, fra cielo e mare, l’altezza dell’orizzonte, il senso dell’infinito con il quale si rapportano le solitarie figure. Rimanda a Friedrich, a Carus, Constable, Turner stesso, e all’idea di un incontro non mediato con la smisurata grandezza della natura.

Ma il tema dell’infinito con il quale l’uomo in fondo sempre cerca di rapportarsi è caro anche a Luigi Ghirri, che su di esso torna spesso nei suoi scritti: “Fin da bambino, le fotografie che mi piacevano maggiormente erano quelle di paesaggio, che vedevo intercalate negli Atlanti con le carte geografiche. Mi affascinavano particolarmente queste fotografie, dove immancabile, immobile, appariva un piccolo uomo sovrastato da cascate, monti, rocce, alberi altissimi e palme grandiose, o sul ciglio di un burrone. (…) Quello dell’omino era uno stato di continua contemplazione del mondo, e la sua presenza nelle immagini conferiva a queste un fascino particolare. Non solo era il metro di misurazione delle meraviglie rappresentate, ma grazie a questa unità di misura umana mi restituiva l’idea dello spazio; io lo vedevo in questo modo e credevo attraverso questo omino di comprendere il mondo e lo spazio” (1).

Il lavoro che Signorini compie in Echo è quello di immaginare il mondo e cercarne le ragioni. Il risultato visivo “espone” il percorso interiore dell’autore attraverso alcuni elementi importanti: principalmente il senso di vuoto e lo spostamento dei colori dal registro della “realtà” a quello dell’immagine, nel vero senso della parola. “Fra vista immaginativa e rappresentazione, utopia e realtà, visibile e invisibile (il sentire, il sensibile, il sogno…) l’uomo-fotografo è un passante già da sempre atteso da sguardi preesistenti”, scrive a lato di una ricerca, Senza titolo, che possiamo considerare l’immediato precedente di Echo (2). E dunque individua il colore e le sue variazioni come campo di delicata azione indirizzata a quella zona della nostra percezione che dialoga con l’immaginario. La scelta cade su colori caldo-cupi, profondi, lontani, come quelli di un Eden problematico nel quale la grandiosità si intreccia a una sorta di strano senso di familiarità. Non sfuggirà all’osservatore che nelle scene ricorre il rosso, come una traccia, un filo conduttore composto di piccoli rimandi (di voci, di echo), come briciole di pane che possano aiutare Pollicino a ritrovare la strada di casa (appunto l’oikos).

Il mondo dell’infanzia si conferma come una componente importante nel lavoro di Signorini. Nelle sue ricerche troviamo spesso figure di bambini e di ragazzi, e anche in Echo essi sono presenze fondamentali e forti sia nel racconto colorato, nel quale li vediamo impegnati in giochi sulla sabbia, che nella parentesi in bianco e nero. E’ un’alba del mondo, si diceva.

A rafforzare l’idea di alba vi è il mare, luogo che è simbolo dell’origine stessa della vita, nel quale tutte le cose avvengono per la prima volta. Anche gli adulti che vediamo agire in questo scenario, soli o in gruppo, paiono osservare il mondo e spostarsi nello spazio per la prima volta. Semplici, vestono abiti quotidiani e si muovono in cerca di qualcosa, o come cercando di ricordare qualcosa che è accaduto ma è difficile recuperare nel suo significato. Forse cercano di richiamare alla mente proprio quel mondo che nel racconto di Signorini viene brevemente rappresentato in bianco e nero. Forse il tentativo di ricordare non dà alcun risultato.

Echo è, allora, profondamente, anche un lavoro sulla memoria.

Scrive Simon Schama: “Riconoscere il fantasma di un paesaggio antico sotto il rivestimento superficiale del contemporaneo significa toccare con mano la sopravvivenza dei miti di base” (3). E in effetti il paesaggio che Signorini propone nonostante appaia vergine, come si diceva, non lo è affatto, se non talvolta: è invece carico di scritture umane, segni, tracce. Sembra significare una storia che è già stata scritta ma, forse, se riconsiderata, potrebbe essere nuovamente e diversamente vissuta e scoperta, come in un gioco di bambini, come in una caccia al tesoro.

 

(1) = Luigi Ghirri, Fotografia e rappresentazione dell’esterno, in: Giulio Bizzarri, Eleonora Bronzoni (a cura), Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio, Feltrinelli, Milano 1986; poi in: Giovanni Chiaramonte, Paolo Costantini (a cura), Luigi Ghirri. Niente di antico sotto il sole, SEI, Torino 1997, pag. 81. .

(2) = Senza titolo e il testo che accompagna la ricerca sono pubblicati in: Roberta Valtorta (a cura), Idea di metropoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2002.

 

(3) = Simon Schama, Paesaggio e memoria, Mondadori, Milano 1997 (ed. or. 1995), pag. 17.

5 novembre 2006

 

~ di marco su 9 maggio 2008.

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